Madre Teresa non ha sposato Hitler
La sindrome di alienazione parentale di R. Gardner come risposta genitoriale distintiva nella separazione giudiziaria (di R. Giorgi)
Gli eventi ‘separazione’ e ‘divorzio’, come noto ad esperti del settore giuridico e psicologico, appaiono sempre più frequenti; ma al di là della situazione espressa in numeri, risulta fondamentale volgere l’attenzione alla pluralità di fattori e di dinamiche che contraddistinguono e influenzano la situazione e il ‘clima’ delle coppie in via di separazione, nonché la conseguente responsabilità da parte delle Istituzioni di ‘rispondere’ in maniera adeguata ed efficace sul piano dell’intervento.
Separazione e divorzio, infatti, come eventi complessi (Cigoli et al., 1997) e multidimensionali (Capri e Giordano, 1999), molto spesso costituiscono per il ‘sistema famiglia’ vere e proprie ‘esperienze destrutturanti’, spesso veicolate da esacerbata emotività e intrise di pervasiva soggettività : esse appaiono inoltre frequentemente caratterizzate dalla presenza di sentimenti quali amarezza, esasperazione, senso di tradimento, rabbia, vendetta e desiderio di distruzione dell’altro parte in causa : ciascuna delle ‘parti’, infatti, crede fermamente di “essere nel giusto”. Non solo: alla lotta per una ‘causa giusta’ si aggiunge la rivendicazione dell’esclusività sui figli, quando presenti, specie se minori. La relazione genitore-figlio, in questi casi, appare influenzata e veicolata da una potentissima estremizzazione di temi, contenuti, credenze, valori ed opinioni sul solo lato negativo dell’altro (Gardner 1985 e 1999; Buzzi, 1998). Tali modalità di comunicazione potrebbero tuttavia sortire due principali effetti, altamente rischiosi dal punto di vista psicologico (Byrne, 1989, p. 2): in primo luogo porrebbero il minore al centro di una sorta di ‘gara di lealtà’ senza possibilità di vittoria, creando confusione e disorientamento in una scelta invero innaturale e coercitiva, quando, invece, le reali intenzioni dello stesso minore potrebbero essere genuinamente rivolte verso entrambi i genitori, indipendentemente dalla situazione di [esasperato] conflitto. In secondo luogo, si chiede, direttamente o indirettamente, al minore di ‘spostare’ la valutazione della realtà [“shift in assessing reality”, Byrne, art. cit., p.4], in quanto l’estremizzazione in positivo verso l’uno e in negativo verso l’altro dei due genitori provocherebbe vere e proprie distorsioni della realtà stessa, sostenendo l’attivazione di una pericolosa scissione tanto dei sentimenti quanto delle relazioni.
Come evidenziato da più Autori (Byrne, 1989 e Stahl, 1999), prima del 1970 era assai raro per i genitori ricorrere all’intervento giudiziario per l’affidamento dei propri figli; a partire dagli anni 70, invece, si assiste all’incremento delle ‘dispute’ giudiziarie in tema di affido minorile, un incremento, invero quasi una controtendenza, che non mostra precedenti nella storia, ma che risulta essere in diretta relazione con una serie di mutamenti e di trasformazioni a più livelli della società. Ulteriormente, negli anni 80 si osserva una escalation della conflittualità all’interno della coppia genitoriale; ciò risulta essere ampiamente documentato da una serie di statistiche (ad esempio le pubblicazioni del US Bureau of Census nel 1980 e nel 1984), osservazioni cliniche e studi dell’epoca, studi che hanno identificato, ad esempio, rilevanti relazioni tra l’evento ‘divorzio’ e l’insorgenza di seri problemi comportamentali e relazionali in soggetti in età evolutiva (Wallerstein e Kelly, 1980), come pure l’abnorme presenza delle cosiddette ‘false allegations’ (‘false accuse’) di abuso sessuale su minori, depositate per influenzare il verdetto finale (cioè l’outcome) della Corte (Gardner, 1999 e 2001; Conway Rand, 1997a e 1997b). In un articolo intitolato “Recent Trends in Divorce and Custody Litigation” pubblicato nel 1985, lo psichiatra infantile e forense Richard Gardner, membro del Dipartimento di Psichiatria Infantile della Columbia University di New York, ha introdotto il termine ‘Sindrome di Alienazione Parentale’ [1]o PAS (Parental Alienation Syndrome in Inglese e Syndrome d’Alienation Parental in Francese) per indicare una ‘risposta distintiva’ del sistema familiare nelle situazioni di separazione giudiziaria; in questo ‘quadro’ il minore diventa ‘allineato’ con uno dei due genitori e appare attivamente coinvolto in una campagna di denigrazione, definita ‘ingiustificata’ e/o ‘esacerbata’ dall’Autore, nei confronti dell’altro genitore. In tal modo si verrebbe a configurare una ‘relazione singolare’ tra il minore e uno dei due genitori, deliberatamente mirata all’esclusione dell’altro genitore ex coniuge. Si tratta, in sintesi, di un quadro relazionale articolato, tentacolare, che tende invero ad andare oltre il contesto della relazione familiare conflittuale, estendendosi alle reti familiari extrafamiliari, all’ambiente lavorativo, al sistema giuridico e psicosociale (contesto ‘primario’ e contesto ‘esteso’ della PAS, cfr. Giorgi, 2001). Tale allineamento verrebbe a realizzarsi attraverso l’associazione tra l’indottrinamento (altrimenti definito lavaggio del cervello/brainwashing o programmazione/programming) da parte di uno dei due genitori (in genere la madre) che viene definito ‘genitore alienante’ (alienating parent) e il personale, attivo contributo del minore nella vittimizzazione del ‘genitore designato’ (target parent, spesso il padre), ovvero la rappresentazione da parte del minore del disprezzo nei confronti del genitore denigrato. Tale rappresentazione, tale attivo contributo del minore risulta essere il criterio eziologico portante all’interno del tema qui discusso. Altresì, l’associazione tra indottrinamento e rappresentazione verrebbe a costituire, di fatto, il punto di partenza del processo di alienazione, mentre il prolungamento in senso diacronico del conflitto coniugale, concomitante al livello di acrimonia raggiunto, tenderebbe ad influenzare direttamente la manifestazione, il mantenimento e l’intensità/pervasività della sindrome. Della sindrome vengono descritti otto criteri principali di identificazione (Gardner, 1992, 1998a e 1998b) corrispondenti a specifici osservabili comportamenti, dall’insorgenza della ‘campagna di denigrazione’ su uno dei due genitori, alla presenza di deboli, superficiali o assurde motivazioni a tale comportamento, all’assenza di ambivalenza e di sensi di colpa nei minori, all’attivazione di fenomeni particolari, dal ‘pensatore indipendente’/’Indipendent Thinker’ (in cui il minore tende a riconoscere come propri i sentimenti di odio e astio in maniera quasi orgogliosa) alle ‘sceneggiature prese in prestito’/’Borrowed Scenarios’ (in cui lo stesso minore tende ad utilizzare termini o frasi o elementi di paragone del tutto estranei ad un minore della sua età). Della sindrome, altresì, vengono ind icati tre principali livelli, corrispondenti alla gravità osservata sul piano della relazione e del comportamento e alla risonanza del processo di alienazione: un livello lieve, un livello medio e un livello grave.
Le formulazioni di Gardner hanno suscitato non poche critiche, dalle accuse di ‘sessismo’ alla non operatività del termine ‘sindrome’, almeno in senso medico, dalla ristrettezza delle argomentazioni presentate alla mancanza di citazione nelle differenti edizioni del DSM. Tuttavia, l’opera di Gardner costituisce un sistematico tentativo di intervento insieme legale e psicologico, sia nel senso conoscitivo/valutativo che in quello strettamente preventivo/riabilitativo (Lund, 1995), supportato da osservazioni cliniche e da ricerche.
Appare evidente, quindi, come una delle fondamentali controversie legate alla sindrome PAS risulti essere relativa al suo ‘riconoscimento’, su più livelli. Negli Stati Uniti diverse pubblicazioni sostengono l’esistenza della sindrome, la quale viene sempre più citata nelle decisioni dei tribunali; importanti riconoscimenti arrivano anche dall’Australia, dalla Francia, dal Regno Unito, dalla Germania (per una disamina delle varie sentenze cfr. Giorgi, 2001). La PAS, nelle riformulazioni successive alle prime elaborazioni di Gardner, è stata considerata, tra l’altro, come vero e proprio ‘sistema familiare disfunzionale’, esito di specifiche dinamiche relazionali particolarmente resistenti al cambiamento connesso con l’evento [separazione o divorzio] (Ward, 1996; Lamontagne, 1998), ma anche come ‘meccanismo di difesa’ di un particolare sistema familiare con la funzione di proteggere il livello di autostima del genitore alienante (Waldron e Joanis, 1996), nonché come ‘forma di psicopatologia’ a carattere sociale (Kopetski, 1998). Alcuni contributi si sono centrati sulla descrizione delle principali caratteristiche del genitore alienante e di quello alienato (Darnall, 1998), come sulla specificazione delle varie tecniche di programming (Clawar e Rivlin, 1991 e Buzzi, 1998). Tuttavia, l’aspetto fondamentale evidenziato da R. Gardner appare relativo proprio alla descrizione degli effetti di un clima coniugale ‘rovente’ sul sottosistema filiale. Gli effetti di relazioni coniugali altamente conflittuali, infatti, possono essere intensi e devastanti (Gardner, 1985, 1992, 1999 e 2001). Lo stesso Gardner ha sempre ribadito che la PAS deve essere considerata come una forma di abuso emozionale verso i minori. I minori maggiormente esposti alla PAS, indipendentemente dal sesso, hanno frequentemente un’età compresa tra i 7 e i 14/15 anni (Gardner 1985, 1998a e 1998b, 2001 e Waldron e Joanis, art. cit.), corrispondente al periodo in cui si registra un incremento/stabilizzazione del livello di suggestionabilità del minore (Gulotta, 1998). Ciò porterebbe ad una sostanziale compromissione nelle capacità e abilità di percezione e valutazione di ruoli, eventi e contesti. Sui minori, in particolare, sono stati evidenziati effetti a breve e a lungo termine (Gulotta, art. cit.) e tra gli effetti maggiormente osservati sono stati evidenziati: aggressività manifesta, tendenza all’acting-out, disorientamento e confusione, bassa autostima e tendenza alla regressione, disturbi psicosomatici, relazionali e scolastici, tendenza all’incremento del peso corporeo, disturbi dell’identità sessuale, futuro carattere manipolatorio e/o materialistico, comportamenti autodistruttivi, ossessivo-compulsivi e dipendenti.
Al di là delle critiche e delle argomentazioni sull’esistenza o meno della sindrome PAS e sulla effettiva possibilità di tradurre sul piano operativo la necessaria, auspicata sinergia professionale tra esperti del diritto e professionisti del sociale e della salute mentale, l’importanza dell’opera di Richard Gardner e dei suoi successori potrebbe risiedere principalmente:
a) nel sostenere l’importanza di un approccio articolato nell’analisi delle molteplici variabili sottese alle ‘child custody disputes’, specie in presenza di un elevato clima di conflittualità e di scarsa/impossibile collaborazione tra gli ex-coniugi, considerando i possibili, diretti, devastanti effetti dello stesso clima sulla relazione con i figli minori, quando presenti;
b) nell’evidenziare le possibili ‘trappole’ delle varie azioni professionali, quando dovute sia ad una conoscenza superficiale, circostanziale delle situazioni, sia ad un erroneo atteggiamento conoscitivo/valutativo, rigidamente centrato, ad esempio, sui cosiddetti ‘fattoidi’ (de Cataldo, 1997);
c) nel ribadire tanto la necessità di una formazione adeguata e di un aggiornamento continuo per gli stessi professionisti, quanto l’importanza di un approccio statistico-valutativo e di ricerca per la crescita del dibattito scientifico e deontologico.
Come affermato da Gulotta, ad esempio, può risultare abbastanza semplice, se non riduttivo, assolutizzare l’apparente desiderio di un figlio minore di rimanere con un genitore quando l'altro viene considerato in maniera e- 7 strema e negativa, senza ipotizzare l’esistenza di un processo di alienazione in atto; la frase posta all’inizio del presente breve articolo “Madre Teresa non ha sposato Hitler” evidenzia la necessità di un apposito ‘salto di livello’ in tal senso: non esiste quindi un genitore totalmente buono e uno totalmente cattivo, ovvero, non è seguendo questa considerazione che si possa realizzare il miglior interesse dei minori. Quest’ultimo concetto, infatti, lungi dall’essere un costrutto astratto e noumenico in senso kantiano, deve necessariamente costituire il focus principale di ciascun intervento psicologico e di ogni decreto giudiziario, congiuntamente ad azioni specifiche mirate a mantenere il rapporto genitoriale post-divorzio. Sia la Convenzione di New York del 1989, che il Canada Divorce Act del 1991, che la Convenzione Europea del 1995, tanto per citare alcuni documenti, sostengono la necessità di tutelare il diritto alla continuità e alla stabilità dell’ambiente affettivo e relazionale per soggetti in età evolutiva, ovvero il loro diritto di mantenere relazioni positive e significative con entrambi i genitori e con le rispettive famiglie di origine; in poche parole, il diritto alla bigenitorialità.
In conclusione, la vera ‘sfida’ del futuro appare non tanto quella di verificare o meno l’esistenza della sindrome, quanto quella di sviluppare ulteriormente la già accresciuta consapevolezza sugli effetti della conflittualità genitoriale nelle situazioni di affidamento minorile, attraverso un approccio scientifico, sistemico e specie-specifico all’interno del contesto peritale come contesto interpersonale adeguato.
Riferimenti bibliografici
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- Byrne K. (1989) ”Brainwashing in Custody Cases: The Parental Alienation Syndrome”, Australian Family Lawyer, 4(3) p. 1
- Capri P. e Giordano G, (1999), “Compatibilità e contaminazione: il ruolo degli operatori giuridici in tema di affidamento minorile” TEMA Rivista di Psicanalisi Clinica e Forense, pp. 57-71
- Cigoli V., Gulotta G., Santi G. (1997), SEPARAZIONE, DIVORZIO E AFFIDAMENTO DEI FIGLI, Milano: Giuffré
- Clawar, S.S. and Rivlin, B.V (1991) ”Children Held Hostage: Dealing with Programmed and Brainwashed Children”. Chicago, Illinois, American Bar Association
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- Giorgi R. (2001) “…dalla disputa all’avversione. Riflessioni critiche in ambito forense e clinico sulla SINDROME DI ALIENAZIONE PARENTALE (PAS) di R.A. Gardner” pp. 1-39 Tesi di specializzazione del Master di Formazione in Psicologia, Psicopatologia e Psicodiagnostica Forense dell’AIPG - Associazione Italiana Psicologia Giuridica - Roma disponibile sulla RIVISTA ON-LINE dell’Associazione AIPG all’indirizzo: http://www.aipgitalia.org/Homepag e2.htm
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- Ward P. (1996) “Family Wars: Parental Alienation Syndrome. Composite case from actual examples” paper from Advisory Council of the Professional Academy of Custody Evaluators
[1] La traduzione qui utilizzata è “Parentale”. Alcuni Autori Italiani, come Gulotta o la Buzzi, preferiscono tuttavia utilizzare il termine “Genitoriale”: PAS come Sindrome di Alienazione Genitoriale
[i]Articolo di: Roberto Giorgi, Associazione Centro Psyche - Latina: Psicologo; Istituto CEIPA: Responsabile Psicologia Scolastica e dell’Educazione
Tratto da: AIPG Newsletter n° 14 -Luglio - Settembre 2003- www.aipgitalia.org
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