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Silvie

Sono una ragazza madre. Forse però potrei definirmi vedova, o forse tutte e  due. Oddio che brutto definirsi! Adesso va di moda definirsi “single” e suona meglio, ma la sostanza è la stessa: crescere un figlio da sola.

Adesso che ho 40 anni la cosa mi fa sorridere, ma quando 17 anni fa è nata Eleonora ero davvero una ragazza (la madre che sono è venuta dopo). Il papà di Eleonora non era italiano, ma algerino. Io sono cresciuta in Francia da genitori separati, mamma italiana, papà francese, quindi so cosa vuol dire avere un sangue doppio e so cosa vuol dire crescere da genitori separati. Quando sono rimasta incinta ero molto felice, anche se ero giovane come il mio fidanzato e non sapevamo niente della vita, ma eravamo molto felici (e incoscienti). Ma non ho fatto in tempo ad esserlo  a lungo perché il papà di Eleonora è morto in un incidente stradale quando ero al quinto mese di gravidanza. Nonostante il dolore immenso, io mi sentivo forte e potente come poche volte mi sono sentita nella vita. Non so perché, ma era così, mi sentivo invincibile. Desideravo fortemente diventare madre di quel figlio che mi era capitato e mai ho pensato di abortire.

Mia madre mi è stata di grande aiuto, in senso pratico ed affettivo. Eppure mi aveva sconsigliato di tenere il bambino quando aveva scoperto che lo aspettavo: non avevo finito le scuole  e non si sapeva bene neppure che persona sarei diventata, insomma ero troppo giovane. Mio padre mi aveva quasi tolto il saluto, attribuendomi una responsabilità totale per quello che era successo. Non per motivi morali o religiosi, semplicemente gli avevo procurato dei guai, e lui era infastidito. Rientrando in Italia a vivere con mia madre, mi sono trovata di fronte un paese arretrato: ci sono tante discriminazioni e  pregiudizi per una donna che decide di crescere un figlio da sola, ma il problema ero anche io: ho dovuto lottare parecchio e farmi male per capire che non ero la paladina di tutte le ingiustizie del mondo e che potevo anche “fregarmene”. Ma la solitudine all’inizio c’è stata ed è stata tanta. Anche perché ero molto giovane e doveva essere tutto bianco o nero.

Poi per fortuna sono cresciuta e mi sono ammorbidita, grazie anche al ruolo di mamma che mi ha costretto a fare i conti con tante cose di me. Eleonora mi ha dato l’occasione di guardarmi dentro a fondo e  di diventare davvero adulta. Ma le difficoltà sono state tante. Eleonora per esempio è nata sana ma molto fragile. I primi anni ha avuto continui problemi di salute, ed io con lei. Quando all’età di 8 mesi ho cominciato a lavorare in Italia (ed era un lavoro nuovo per me e in un paese praticamente nuovo) la piccola è stata ricoverata per una polmonite, e ho passato un periodo in cui pensavo che sarebbe morta. Poi subito dopo, un’ernia mi ha bloccato  a letto e limitato i movimenti fino a  che sono stata operata, per mesi ho dovuto sentire malissimo e muovermi pochissimo. In quegli anni ero veramente scoraggiata e non nego che ho avuto diversi momenti in cui mi sono chiesta perché capitavano tutte a me. Ho dovuto fare tanti tentativi e tanti errori per capire come potevo stare al mondo nel migliore dei modi. Ma ce l’ho fatta.

Ho conosciuto Francesco che Eleonora aveva 3 anni, lui più vecchio di 10 anni di me. Stiamo insieme da allora.  All’inizio è stata una grande passione, poi per fortuna abbiamo capito che volevamo dell’altro e quell’altro eravamo disposti a darcelo. Ci siamo sposati che Eleonora aveva 6 anni, ci ha portato le fedi e mi ha tenuto la mano per tutta la cerimonia. Diceva: ma Francesco diventa il mio papa? E io le rispondevo, si, Francesco diventa il tuo papà. E infatti l’ha anche adottata. Abbiamo cresciuto Eleonora e anche noi stessi. Adesso che siamo maturi, vediamo la nostra storia come fosse un po’ speciale e ne siamo orgogliosi. Anche a mia figlia ho cercato di insegnare che essere un po’ diversi è una buona cosa, a patto che si voglia bene ma proprio bene alla propria diversità. 

Non so se sarà un ragazza felice, ma a me è importato di più crescerla per essere una ragazza in gamba, la felicità è un di più che non dipende da me e forse nemmeno da lei. Se verrà sarà un regalo anche per me! 


 

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