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Se i figli sono un mezzo di pressione psicologica

Buongiorno a tutti.
Oggi mi sono paragonata alle mail che riportate sul vostro sito e mi sento di condividere con voi i miei dubbi, sperando di ricevere un buon consiglio per uscire dallo stallo.
Sono separata da quasi tre anni ma il mio ex ha sempre rifiutato di affrontare l’argomento in maniera chiara coi nostri 3 figli (11-7-3 anni).
Per questo ancora adesso mi chiedono quando papa’ torna a casa o se può rimanere a dormire dopo che li riaccompagna da me.
 
Certo io sono rimasta coi ragazzi nella casa coniugale (in affitto), ma lui si sente autorizzato a definirla casa sua davanti ai figli ?
Ho provato a farlo ragionare ma non ci sente.
Come impedirgli di pungolarli quando al telefono dice loro “se fossi lì potrei aiutarti, ma la mamma non ce lo permette”, oppure li esorta a pregare perché un qualsivoglia miracolo mi faccia rinsavire?
 
Io non posso digerire la separazione al posto del mio ex, non posso nemmeno impedirgli di figurarsi un futuro diverso, ma vorrei proteggere i nostri figli.
 
Dal canto mio mi sono espressa in maniera semplice e sicura con loro, ed il mio agire quotidiano non lascia equivoci circa il bene che gli voglio e i sacrifici che farei per loro, ma non posso e non desidero assolutamente tornare a vivere col padre.
Anche io, al posto loro, preferirei attaccarmi alla cieca speranza del padre piuttosto che alla lucida amarezza della madre.
Riaccompagnarmi con un nuovo partner (al momento fuori discussione, sia per inibizioni mie che per tracolli paterni) potrebbe aiutare?
 
 
Aiuto.
 
 
Anonima


Cara signora.

Sicuramente questa separazione non ha avuto la possibilità di essere digerita nei tempi giusti dal padre, che in questo caso ha subito la sua decisione. E quindi il boccone continua a venir su, sotto forma di una specie di litania-vessazione sui figli, nella speranza -presumo disperata- che essi esercitino una pressione psicologica sulla madre,  affinchè riveda la sua decisione.
E sul presunto bene dei figli, si sa, si consumano tutte le forme di ritorsione, materiali o psicologica, che il partner abbandonato mette in atto, più o meno consapevolmente,  per ottenere sollievo alla sua comprensibile difficoltà emotiva.
Tutto questo in una certa misura  e per un certo periodo di tempo avviene in modo inevitabile, eppure ci sono alcune modalità di gestione della separazione che aiutano ad evitare i rischi di un incrudescenza del fenomeno, a danno dei figli, come sembra essere il caso qui raccontato.
E' certamente per evitare casi come questo che suggerisco sempre a tutti i genitori che stanno pensando di separarsi di affrontare sempre la questione con un esperto, psicologo o mediatore famigliare, in modo che il processo che poi eventualmente confermerà l’ineluttabilità della separazione chiarisca ad entrambi le ragioni dell’incompatibilità, e restituisca alla decisione di chiudere il vincolo matrimoniale un carattere di maggiore condivisione, almeno sul piano dei contenuti consapevoli. Ma per il caso di questa signora tuttavia il suggerimento non è ovviamente utile. visto che la decisione unilaterale da parte sua risale ormai a tre anni fa.

Tornando dunque al caso della signora che ci scrive, credo che evidentemente non ci sia modo di far cambiare posizione all’ex coniuge, che presumibilmente otterrà un certo sollievo dal continuare ad attribuire a lei la causa della separazione (e sempre a lei la facoltà di cambiare le cose). L’atteggiamento di questo papà è simile a quello di un bambino che di fronte alla posizione della mamma percepita come cattiva non perde occasione per farle vedere quanto stia soffrendo a causa sua, in modo da indurla a pietà. Ma in questo caso i bambini veri sono altri!
In tutto questo infatti i bambini sono in mezzo, quindi la signora giustamente si chiede cosa si può fare per loro.

Credo che non ci sia altra possibilità che continuare a dire le cose come stanno, in modo sereno e  mai polemico, mostrandosi però più comprensiva che irritata o preoccupata per il comportamento un po’ infantile e comunque insistente del loro papà.
E le cose stanno come già dice loro da tempo: che lei non ama più il loro papà e che non è possibile per questo motivo tornare a vivere tutti insieme. Che mamma e papà continueranno ad essere tali per sempre nei loro confronti, e che questo amore non si è modificato per questa decisione, né si modificherà in futuro. Che comprende la fatica del padre ad accettare le cose come stanno, ma che tutto ciò non è modificabile, eccetera eccetera.

In aggiunta a ciò mi permetto di suggerirle di rendersi molto disponibile ad ascoltare quanto i suoi figli hanno da dirle in qualità di portavoce del padre, senza infastidirsi, perchè è in queste occasioni che potrà misurare il fatto che i bambini continuano ad avere fidcia in lei e nel suo ruolo di guida genitoriale sicura. Se intuissero che lei non è salda  probabilmente comincerebbero a non raccontarle più nulla, lei probabilmente ne trarrebbe un momentaneo sollievo e tuttavia questo non sarebbe un segnale di maggior benessere dei suoi figli, ma probabilmente di negazione.

Lei può certamente accettare e esplicitare coi suoi figli che questa decisione -della cui responsabilità è peraltro consapevole- possa aver procurato della sofferenza a loro e al loro padre; ma il fatto è che non sempre le cose nella vita si possono aggiustare, e che si tratta di prove difficili anche per chi decide. Sostenere con sufficiente serenità questa posizione è di grande insegnamento anche per i figli, perchè insegna a prendersi con responsabilità gli oneri e gli onori delle proprie scelte e dei propri sbagli.

Non dimentichi comunque di ricordare loro -anche occasionalmente- che la scelta di dare loro la vita era basata su una scelta di amore e che finchè l’amore c’è stato, questo ha avuto una grande importanza anche per lei (nella speranza e nell’augurio che proprio così sia stata la sua scelta coniugale, almeno finchè l’ha sostenuta.)

Un caro saluto.


(a cura di L.Francioli)

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