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La mamma di mia figlia

30 Novembre 2008

Sono Giovanni, 43enne di Milano, papà di Arianna, 13 anni.  Io e sua madre ci siamo separati consensualmente quasi 6 anni fa, e Arianna è rimasta presso la madre.

Quest’ultima ha una storia infantile piuttosto difficile, di abbandono, affido temporaneo, adozione solo in età già scolare, burrascosa convivenza con la seconda famiglia, fatta soprattutto di conflitti con la madre, fino all’uscita di casa e poco dopo al matrimonio.

Circondato da relazioni positive, prima del matrimonio, mi sono ritrovato complice di mia moglie in una storia matrimoniale costellata di episodi di conflitto e alte aspettative nei confronti degli “altri” (amici, vicini di casa, parenti, colleghi, datori di lavoro…), che ci ha portato ad un inevitabile progressivo isolamento e incattivimento generalizzato, contrario alla mia natura, pacifica e socievole.  Il risveglio da questa mia specie di “torpore” ha portato alla definitiva rottura con questa persona.

L’antefatto mi serve per parlare meglio di mia figlia.

Dopo la separazione la madre ha conservato nei rapporti con gli “altri” (me per primo) un atteggiamento di alte aspettative, clamorose rotture, teatrali rappacificazioni, insulti, minacce, aggressioni verbali e fisiche con vicini e commercianti che hanno avuto molte volte risvolti legali, come denunce, segnalazioni, esposti etc. Molta gente resta spaventata (io stesso ci ho messo anni per imparare a non spaventarmi più!) dei suoi deliri minacciosi, patetiche commozioni ai limiti della dignità, accorate e continue richieste di attenzioni, affetto, soldi, futuro, conforto, ovviamente destinata a rimanere insoddisfatta, essendo priva di limite.

In questa sua lotta contro il mondo (che non le dà mai quel che lei pensa le spetti) ha sviluppato un morboso attaccamento ad Arianna, convincendola via via della malvagità di questa e quella persona, a partire purtroppo proprio dai pochi parenti rimastile (le due nonne, mia sorella) fino a conoscenti, amici, vicini di casa ecc. Inutile dire che anche le sue relazioni lavorative sono disastrose, dal momento che nella girandola di posti di lavori che ha avuto, tutti si sono rifiutati di confermarla alla fine del periodo interinale, rinforzando la sua convinzione che nessuno le vuole bene e non vedendo ovviamente le cause reali di questi insuccessi. Nell’unico caso in cui la relazione lavorativa poteva sfociare in un’assunzione  a tempo indeterminato, si è licenziata lei prima della fine del periodo di prova, pur non avendo ad oggi altro sostentamento che pochi risparmi.

Infine, ad aprile di quest’anno ha simulato un tentato suicidio, mentre la bambina era con me.   Non sono in grado di immaginare il trauma di mia figlia all’idea che per un attimo ha rischiato di risvegliarsi la mattina seguente senza più una madre.  Credo solo che quell’episodio l’abbia profondamente segnata, facendo scattare chissà quali interruttori difensivi.

Da allora il rapporto quasi simbiotico con la madre mi sembra che si sia vieppiù rinforzato: non è possibile affrontare l’argomento “mamma” serenamente con Arianna senza che vengano erette invalicabili barriere di difesa incondizionata e acritica a suo favore.  Sembra incaricata di un ruolo protettivo verso la sua povera mamma, sola e buona, alla quale è rimasta solo lei a badare affettuosamente, in questo mondo dove tutti la detestano e respingono (ovviamente ingiustamente, per pura loro malvagità). A partire ovviamente dal papà.

E intanto ravvedo in lei sempre più comportamenti che rimandano alla madre: facili giudizi negativi sugli altri (che non danno, non fanno, non salutano, non regalano soldi…), morbosa attenzione su quello che non funziona, opinioni critiche, sarcasmo.  E allo stesso tempo inazione, povertà di passioni, entusiasmi e slanci creativi, incertezza su cosa le piace e cosa vorrebbe, tendenza alla chiusura e all’inattività... ben lontana dalla mia idea di crescita spontanea aperta curiosa “sperimentale”, del mondo e degli altri.Spero che la tempesta adolescenziale in arrivo la aiuterà a vedere oltre sua mamma, risvegliandole il desiderio di liberarsi dei lacci in cui sta aggrovigliando le sue ali.

Ma vorrei sapere se e cosa potrei fare io. Quando siamo insieme ho una sensazione di grande fatica, per ricostruire ogni volta un minimo di confidenza, prima di poter incrinare il suo guscio.

 

(Giovanni, 43 anni, Milano)

 

Questa lettera riporta un problema che per come appare sembra serio. Spesso accolgo situazioni di persone che vedono l’altro genitore come “sbagliato” e quindi potenzialmente dannoso, ma in molti casi gli indicatori di questa presunta dannosità sono francamente deboli; magari si tratta di una diversa visione della vita, valori che vengono attribuiti a cose diverse, i soldi, l’apparenza, la bellezza, il darsi da fare, il riconoscimento sociale, l’umiltà etc, oppure di modi di vita (troppo all’aria aperta o troppo poco; troppo con gli amici o mai, etc) che non possono che essere diversi, dal momento che la coppia genitoriale in effetti si è separata probabilmente a causa di alcune di queste divergenze.

In questo caso la questione sembra più seria perché per questa madre gli indicatori del disagio sono più seri: non solo il tentato suicidio, ma il comportamento emotivamente instabile, i fallimenti lavorativi, la simbiosi con la figlia, l’isolamento sociale.

Non sappiamo nulla dei suoi tentativi reali di farsi aiutare (il tentato suicidio sembra andare nella direzione di richiamare quest'aiuto), né se qualcuno la stia seguendo indipendentemente dalla sua volontà (un tentato suicidio porta sempre una presa in carico da parte dei servizi sociali, a maggior ragione se vi è un minore), sappiamo solo che questo padre si interroga sulla sua giovane figlia e naturalmente è molto preoccupato.

Non mi è possibile entrare nel merito di questa questione quindi così delicata, temo che qualsiasi consiglio in questo contesto virtuale rischi di essere sbagliato o nella migliore delle ipotesi del tutto inutile.

Posso però caldamente consigliarle,caro Giovanni, di cercare aiuto per sé innanzitutto. E forse poi anche per sua figlia, se vi saranno le condizioni (attenzione in questo caso a scegliere bene).

Questa sua “natura pacifica e socievole aperta e curiosa del mondo e degli altri” che lei descrive come positiva di contrasto con quella certamente più problematica della sua ex moglie, mi sembra in effetti più adatta ad un giovane ventenne che a un maturo padre di famiglia. Il suo ruolo di padre oggi le impone di smettere di fare questi confronti, di dimostrare davanti a sua figlia chi è più bravo, di lottare per la supremazia del modello genitoriale da lei rappresentato, magari fatto di disapprovazione per quei comportamenti simili alla madre che lei ha denunciato.

Cerchi con fiducia qualcuno che la possa supportare in questa fase difficile della crescita di sua figlia, dal momento che l’adolescenza -che di per sé è sempre un momento di instabilità- non diventi per Arianna un’occasione di conferma del fatto che il mondo le chiede  troppo e che la vita è troppo complicata da vivere.

E che dia magari anche a lei l’opportunità di capire i motivi per cui si è scelta questa donna e non un’altra per essere madre di sua figlia, a dispetto dei segnali di problematicità che la signora deve inevitabilmente aver già dato allora: il loro esordio infatti è sempre in casi come questo piuttosto precoce.

Comprendere questo di sè potrebbe darle strumenti preziosi di comprensione del mondo interno di sua figlia e fargliela sentire meno "aliena".

 

Mi faccia sapere se ha bisogno di suggerimenti in questo senso, mi raccomando.

 

Un caloroso in bocca al lupo.

 

(a cura di L.Francioli)

 

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