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Se non sono d'accordo con sua madre devo fingere?

Sono un papà di 40 anni, mia figlia Francesca vive con la mamma e ho come tutti i papà separati mia figlia con me a week end alterni. Tralascio tutta la difficoltà di dover svolgere il mio ruolo paterno in queste difficili condizioni logistiche e materiali (vivo in un bilocale, considerando che con la separazione  l’assegno di mantenimento mi ha ridotto a poco più che un povero), e desidero concentrarmi su quelle psicologiche che trovo nel dover esercitare il mio ruolo di padre.

La mamma di Francesca infatti non perde occasione per svalutarmi, sia con la bambina quando non la vedo, sia di fronte a me: io non so fare il bucato e rovino la biancheria della bambina; io non la porto dal pediatra quando serve e aspetto che le venga la polmonite; io sono sempre in giro dalla mattina alla sera, sottoponendo Francesca alle più infami frequentazioni, tipo amiche lascive e amici gay;  io faccio una vita disordinata nel cibo, visto che succede spesso che il sabato si mangi la pizza e la domenica si mangi al bar dei parchi che frequentiamo, eccetera. Naturalmente in tutte queste cose c’è un fondo di verità, dal momento che la mia vita è focalizzata su cose diverse, è per esempio sicuramente più movimentata di quella di sua madre, che fin dal giorno della separazione non ha smesso di farmi la guerra, desiderando in modo plateale vincere lei il premio del genitore migliore. Peccato che il suo modo di vincere è stare ferma a dire no e  criticare tutte le mie scelte di vita e pedagogiche, guardandosi bene dal promuoverne di alternative. Si è specializzata nel tiro al piccione e devo dire che ormai è diventata pure brava, non c’è più nulla che le sfugga. Da parte mia, capito il suo gioco,  non ho mai raccolto le sue provocazioni, che volendo avrei ovviamente potuto invece ribaltare in altrettante accuse del segno opposto: tu la porti dal pediatra per un raffreddore; tu lasci ore Francesca davanti alla tv e non la porti mai fuori; tu non le sai far frequentare nessun altro oltre che tua madre e tua sorella; tu la tratti come fosse di cristallo e non ti accorgi che così facendo la rendi vulnerabile, insicura e diffidente, eccetera eccetera. Constato però che in questo mio ruolo che “incassa”, di fronte a Francesca che sta crescendo sto perdendo colpi. La bambina sembra diventare sempre più infastidita dalle mie proposte, lontane dal suo stile di vita, e la sento a volte ripetere le cose che so che le dice la mamma: è come se avesse imparato la lezione e adesso spettasse a lei fare la maestra. Inutile dire che la cosa mi irrita parecchio e che con lei mi viene invece da reagire, a volte anche in maniera conflittuale, per affermare il mio diritto-dovere a fare il padre che sono, e non il padre che vorrebbe sua madre. Ma sono assalito dai dubbi, non è che mi piace avere dei conflitti con lei, così come non ho mai pensato che le facesse bene esplicitarle dei conflitti con sua madre. Come mi devo comportare con lei? Devo incassare? Non sono d'accordo con sua madre, devo forse fingere di esserlo? O faccio bene a reagire, a dire la mia, costi quel che costi (che nel caso specifico significa urlare più forte di lei)? Ho bisogno di un consiglio.

Antonio, 40 anni, Milano

pap che legge con bimbo
 

Spesso trovo situazioni analoghe a quelle presentate da questo sensibile e sofferente papà: da un lato una ex moglie invadente, ipercritica, provocatoria, che tutto-sa, dall’altro un padre che preferisce da sempre  incassare, salvo poi attuare comportamenti aggressivi ed esplosivi, quando magari non ce la fa più. In questo caso Antonio si interroga se la sua scelta accomodante sia stata un bene e cosa sia opportuno fare nel futuro. Se infatti la scelta nel passato era stata fatta nei dichiarati per non far soffrire la figlia -che egli presume sarebbe stata danneggiata da un conflitto esplicito fra i genitori- adesso, alle soglie dell’adolescenza, egli è consapevole che le “carte” relazionali potrebbero essere rimescolate, e non sa bene che strategia adottare.

La materia ammetto è complessa: parla non solo infatti di una vicenda individuale, quella di Antonio e della sua famiglia, e non solo del rischio/opportunità che l’adolescenza rappresenta per tutti i ragazzi e per i loro genitori, ma parla a mio avvio anche di un fenomeno sociale molto più ampio, quello che alcuni hanno definito la “crisi” del maschio –e con esso del ruolo paterno- e dello strapotere del materno, a cui i padri delegano spesso nei fatti l’educazione dei figli.

I termini della questione sarebbero i seguenti: mentre nei comportamenti si assiste ad una progressiva omologazione dei ruoli paterno e materno (dove il padre assume sempre più comportamenti anche materni -dai pannolini al pediatra, in su-, e le madri assumono funzioni più tipicamente paterne -come dare sostentamento economico alla famiglia, dare regole, aprire al sociale, indicare ciò che è bene e ciò che è male-) dall’altro nelle pretese di entrambi c’è una insistente richiesta all’altro di interpretare i ruoli in modo più tradizionale, ruoli di cui forse sono nostalgici ma solo in riferimento all’altro e non a se stessi. Per questa sordità o cecità in merito alla propria persona, la richiesta cade nel vuoto, come avviene in un dialogo fra sordi, poiché si concentra solo sull’altro che sembra essere l’unico responsabile delle cattive relazioni fra i genitori. Entrambi invece non riescono o non vogliono più adeguarsi ai ruoli tradizionali, non vogliono agire comportamenti stereotipati del materno e del paterno, per motivi che vanno ben al di là della loro persona, essendo cambiamenti di portata sociologica e sociale.

Così sia assiste ad uno strano fenomeno, quello di padri che -non accettando che le madri dei loro figlioli utilizzino modalità maschili- si sottraggono al confronto oppure ingaggiano lotte furibonde; e a madri, le quali incapaci di cogliere la portata anche positiva di una maggiore femminilizzazione dei comportamenti paterni, ingaggiano a loro volta furibonde lotte per il predominio del territorio materno, squalificando senza appello tutti i tentativi del padre di rendersi autonomi nella gestione dei figli. E questo fenomeno, presente in molte famiglie, diventa ovviamente evidentissimo nel caso di genitori separati. 

Tornando dunque ad Antonio e mettendosi in questo caso e per comodità  dalla parte dei padri, cosa è opportuno fare? Come comportarsi di fronte ad un percepito di strapotere materno? Incassare o rispondere a tono? Credo che il punto stia proprio in questa dualità di comportamenti agli antipodi, come se qualsiasi soluzione dovesse collocarsi agli estremi e non per esempio in mezzo, in un “punto zero” che guarda con equilibrio i due opposti e cerca funzionalmente di integrarli. Il punto zero è un luogo però meno netto, che difficilmente viene mantenuto da chi ha qualche dubbio sulla propria identità di ruolo. E noi stiamo parlando di padri che di dubbi ne hanno ancora tanti e che faticano a sopportare le critiche di madri che non li incoraggiano e non sostengono questi cambiamenti. Per questo la soluzione che mi sento di suggerire è di non abdicare nella costruzione di una nuova definizione di cosa è materno e di cosa è paterno, cioè a dire di lavorare anche con fatica senza delegare a nessuno –tanto meno alle madri- questa responsabilità.

Nel concerto che cosa vuol dire non rinunciare? Vuol dire per esempio non rinunciare a far capire all’altra che si può anche danneggiare la biancheria nel goffo armeggio intorno alla lavatrice, eppure che nel far ciò si può essere meritevoli di plauso ed incoraggiamento perché portatore di un grosso beneficio per la propria e comune figlia: il beneficio viene dal trasmettere un’idea di maschile e paterno che convive con l’ accudimento materiale, beneficio che va ben al di là della mutandina rovinata e che simbolicamente consente alla figlia di orientare in modo più attuale quello che è la sua immagine interiorizzata del paterno. Questa immagine, se non più svalutata dalla madre, le consentirà di scegliere senza contraddizioni e ambiguità un padre dei suoi figli più adeguato ai tempi che starà vivendo. Ma in questo non rinunciare –che come mostra l’esempio qui sopra si compie in un lavoro di comunicazione costante, anche  a fronte di piccoli episodi quotidiani- sta anche una nuova forza che i padri devono trovare dentro di sé, una forza che non si misura nei muscoli, nella lotta all’ultimo sangue, nell’aggressivià fisica e verbale, ma che si misura nella tenacia, nella salda consapevolezza di sé e del proprio valore. Si tratta in altre parole di una costruzione interiore di un senso nuovo del sé, che consenta esso solo il confronto con l’altro genitore, in modo fermo e adulto. Altrimenti, senza questa “sponda”, la madre, di fronte al muro al mancato contraddittorio in relazione alle sue richieste, finisce per alzare la posta della svalutazione del padre, in un gioco sadico,  che non fa bene a nessuno. E men che meno fa bene ai figli.

(a cura di L.Francioli)

 

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