top a

Padri che fanno i mammi

Gentile dottoressa Francioli,
siamo separati da 3 anni e con il mio ex marito le cose vanno abbastanza bene, nonostante una separazione non facile: i bambini vanno volentieri dal padre e le alternanze sono rispettate con puntualità. Ma sento che nel tempo si sta affermando una modalità di gestione dei figli che non mi piace: lui è il "mammo", accogliente, generoso, pieno di volontà di viziarli e di difenderli sempre e comunque dal "mondo cattivo"....

Non ci sono limiti e il week end da lui sono sempre un bengodi, per orari, attività, cibo; mentre a me lascia il ruolo della cattiva, di quella che deve far fare i compiti, che li porta in lacrime dal dentista o che li sgrida quando esagerano coi dolci o con la TV, cioè un ruolo che nella mia famiglia svolgeva mio padre. Ho provato a parlare con lui, ma neppure capisce di cosa sto parlando, dice che sono invidiosa perchè nonostante la separazione voluta da me i ragazzi stanno dimostrando che stanno bene con lui, come se questo fosse il problema! Ma io mi chiedo se questa confusione di ruoli non potrà danneggiare educativamente i miei figli e vorrei sentire il suo parere. Che ne pensa?

Paulette, Torino


Cara Paulette, della funzione paterna i bambini non devono assoutamente fare  a meno, come  l'articolo del prof. Fornari riportato qui sotto, argomenterà meglio di me. Tuttavia qui il tema è che lei non è contenta di esercitarlo al posto del padre biologico e naturale. Questo temo sia un problema dei nostri tempi, tempi in cui in effetti la flessibilità delle "funzioni" paterna e materna richiede una certa versatilità e disponibilità a redere intercambiabili i ruoli. A maggior ragione quando si è genitori single e l'altro sembra fissamente ancorato ad uno solo dei due. Qui questa versatilità è spesso necessaria, almeno da parte del genitore più consapevole dei rischi, come in questo caso sembra essere lei, la madre. Non si preoccupi però: non è che deve sempre e comunque esercitare il ruolo paterno, lo faccia solo quando è strettamente necessario e soprattutto senza pensare che si tratti di un ruolo da "cattiva". Si tratta infatti di limitare l'onnipotenza infantile dei bambini, ma non necessariamente ciò ha a che fare con la cattiveria, anzi. Cominci lei a valutare positivamente questa abilità, che sa esercitare così bene nonostante sia biologicamente una madre (e che -purtroppo- al suo ex marito sembra difettare) e l'alterni con serenità anche ai momenti di coccole, piccole trasgressioni e accoglienza che la vita quotidiana coi suoi figli rende sicuramente possibili, in modo che non si polarizzi fra padre e madre una fissità di funzioni che farebbe sentire lei in gabbia. E gioisca della possibilità che ha di dare ai suoi figli il padre di cui hanno indiscutibilmente bisogno, anche se quello naturale non lo sa o non lo vuole fare!!

Le faccio i miei più calorosi in bocca al lupo.

(a cura di L.Francioli)

 

Padri che fanno i mammi? Nessun problema se la funzione paterna è comunque garantita….

Di F.Fornari, Psicologo, psicoterapeuta, Università degli Studi di Trieste

Molte cose sono cambiate da quando, almeno nella Società occidentale, la famiglia patriarcale non esiste più. I ruoli all’interno della famiglia sono assai meno definiti e più intercambiabili e i padri sembrano essere molto più disposti a svolgere, verso i figli, certi compiti che un tempo erano di esclusiva pertinenza delle madri. Sempre più padri sono vicini alle loro mogli/compagne durante il parto e poi si alternano volentieri con queste nella cura dei piccoli (nutrizione, igiene personale, gioco, ecc.). Si potrebbe dire che sempre più padri sono portati ad assumere di buon grado il ruolo di «mammi». E per tanti aspetti questo è un bene, non fosse altro che per un doveroso riconoscimento di una vera parità di diritti/doveri fra uomo e donna.
C’è però anche un risvolto tutt’altro che positivo, in questa «rivoluzione», ed è che sempre meno genitori sembrano disposti a svolgere quel RUOLO NORMATIVO che tradizionalmente era specifico della funzione paterna. A questo proposito, è preferibile distinguere tra «persone fisiche» e «funzioni», piuttosto che tra «padri» e «madri», proprio perché è ormai acquisito e ampiamente dimostrato che ciò che conta realmente, per un sano sviluppo dei figli, non è tanto lo stabilire in modo rigido «chi» dei due genitori debba svolgere l’una o l’altra delle due funzioni, quanto piuttosto che la «funzione materna» e la «funzione paterna» vengano esercitate ENTRAMBE, EFFETTIVAMENTE E COSTANTEMENTE, dalla nascita di un figlio/a fino alla sua completa indipendenza.
Ma perché, di fatto, questa alternanza di ruoli all’interno della coppia genitoriale sembra così difficile da realizzare, quando sembrerebbe garantire maggiori diritti, maggiore complementarietà di ruoli e anche meno fatica ad entrambi i genitori? La risposta, a mio avviso, è tutto sommato semplice: perché la «funzione paterna» prevede, a differenza di quella «materna», degli aspetti «normativi», ossia si esercita attraverso l’imposizione di regole e di limiti. Ora, anche se sarebbe riduttivo affermare che la «funzione paterna» consista solo in questo, è pur vero che l’aspetto normativo ne rappresenta una componente fondamentale e quindi ineludibile. E imporre limiti e regole significa, in pratica, dover dire ogni tanto anche dei «NO», ossia assumersi il ruolo di «cattivi» nei confronti dei figli, i quali, per bene che vada, arriveranno a comprendere il valore positivo di certi «no» solo molti anni più tardi. Fino ad allora, il genitore che esercita la funzione paterna deve farsi carico di una certa quota di impopolarità, ma quello che si vede oggigiorno è invece che nessuno dei due genitori è troppo disposto ad assumersi questo ruolo e molti padri forse ancora meno delle madri. Non a caso, la Società contemporanea è stata definita una «Società senza padri»

È soprattutto di questo, dunque, che si dovrebbe discutere pubblicamente e non solo di quali compiti concreti debbano svolgere i padri e le madri. Bisogna che i genitori imparino anche a «dire di no», che a dire di sì siamo tutti bravi. Naturalmente i «no» devono essere pochi e ben motivati, non dettati da bisogni egoistici dei genitori stessi, ma DEVONO esserci. Come diceva Rousseau, «… dite poche volte di no ai vostri figli, ma quando lo fate, siate fermi come una roccia!».


PERCHÉ LA FUNZIONE PATERNA È ENTRATA IN CRISI
Mi sembra utile aggiungere alcune riflessioni sulle probabili cause di questa crisi, che attraversa tutta la Società occidentale, occorre partire dalla constatazione che il ‘900 è stato un secolo segnato da due guerre mondiali, con circa 17 milioni di morti durante la Prima e oltre 70 milioni di morti durante la Seconda Guerra Mondiale. L’Umanità ne era uscita stremata, ma soprattutto disgustata dall’orrore di tanta distruzione, orrore che non poteva trovare alcuna spiegazione accettabile. In reazione a tutto questo orrore, già verso la fine degli anni ’50 nacquero, prima negli Stati Uniti e poi in Europa, i primi movimenti pacifisti, i primi movimenti in difesa dei diritti delle donne, degli omosessuali, dei neri d’America e, più in generale, di tutte le minoranze in vario modo oppresse e discriminate. Tutti questi movimenti sono stati portatori di grandi valori positivi, come la lotta ad ogni forma di discriminazione sociale e il rifiuto della guerra in ogni sua forma. E anche se non si sono ancora affermati completamente nel Mondo, questi stessi valori continuano ad ispirare grandi masse di persone in ogni Nazione della Terra. Ma, come avviene sempre a seguito di cambiamenti epocali, si sono prodotti anche degli effetti collaterali inattesi. Uno di questi è stato, appunto, la crisi della «funzione paterna». Vediamo come e perché.
In linea di principio, potremmo affermare che, se tutti si rifiutassero di imbracciare le armi, non ci sarebbero più guerre. Le guerre non si fanno solo perché c’è qualcuno che le dichiara e che ordina ai soldati di combatterle, ma anche perché tanti, troppi uomini obbediscono agli ordini. Non a caso il pacifismo nasce, in buona sostanza, dal rifiuto di questo schema.
Da qui, ad individuare nella Società patriarcale, con le sue regole e i suoi principi, la causa principale non solo di tutte le guerre, ma anche di tutte le ingiustizie e le discriminazioni umane, il passo è stato breve. Ed ecco, allora, a partire dalla mia generazione, cioè da quelli che nel famoso ’68 avevano tra i 20 e i 30 anni, formarsi una gigantesca onda di rifiuto generalizzato per tutto ciò che odorava anche lontanamente di autorità, di potere, di gerarchia, di privilegio, ecc.. L’«Uguaglianza» era il nuovo Mito.
Perché questo forte desiderio di uguaglianza ebbe poi delle conseguenze nefaste all’interno della famiglia e soprattutto per la «funzione paterna»? Perché molti, troppi giovani della mia generazione, pensarono ingenuamente che i loro figli sarebbero cresciuti molto più liberi e sereni se dalla famiglia fosse stato bandito del tutto quel «principio di autorità» contro il quale essi avevano così fortemente lottato. Si illusero che un padre «democratico» sarebbe stato un padre molto migliore di quanto non erano stati i nostri padri, ma commisero così un errore madornale, perché non capirono che i bambini hanno assoluto bisogno di regole e di limiti. Certo, non di regole e limiti dettati dal capriccio o dall’egoismo dei genitori, ma intesi come principi regolatori e ordinatori da interiorizzare progressivamente nel corso dello sviluppo.
Un secondo fattore, secondo me determinante nel mettere in crisi la «funzione paterna», è rappresentato dagli straordinari progressi scientifici e tecnologici che si sono verificati dalla seconda metà del ‘900 in poi. Anche qui non si deve fare di ogni erba un fascio e sarebbe superficiale condannare il progresso “tout court”, ma l’illusione che il possesso senza limiti di beni materiali avrebbe portato la felicità, ha avuto certamente un ruolo nella crisi della famiglia. Ancora oggi, nonostante l’evidenza contraria, ci sono ancora genitori e parenti che si chiedono in buona fede perché i loro figli hanno dei problemi, perché non sono felici, quando «non gli è stato fatto mancare niente». Al posto di una «qualità della relazione», certi genitori offrono ancora oggi ai loro figli solo beni materiali, in tutte le forme possibili.
Quindi, riassumendo, da una parte c’è stato da parte della mia generazione il ripudio totale del «principio di autorità» e, dall’altra parte, l’illusione di crescere meglio i figli attraverso un godimento senza limiti. Il risultato di questo colossale errore di valutazione è stato che molti individui delle generazioni successive sono cresciuti senza una «bussola» interiore, senza aver interiorizzato quel minimo di regole e di limiti che servono per orientarsi nella vita.
Noi li vediamo nei nostri studi professionali e nei Servizi di salute mentale. Sono individui profondamente fragili e insicuri, continuamente alla ricerca di un piacere immediato di ogni tipo (sesso, droghe, alcol, psicofarmaci), insofferenti anche di fronte a frustrazioni minime e con seri problemi di identità personale. Spesso abbiamo la sensazione di avere di fronte un bambino piccolo, che strilla come un’aquila perché vuole immediatamente il suo biberon.
Ricostruire una Società più sana sarà impresa davvero ardua e assai lunga, perché dovrebbe passare attraverso la comprensione che il piacere ad ogni costo è la malattia e non la cura. Come farlo capire a degli adulti-bambini?

dott. Franco Fornari
Psicologo Psicoterapeuta
Docente a contratto di Psicoterapia Psicoanalitica presso la Scuola di Specializzazione in Neuropsicologia – Facoltà di Psicologia – Università degli Studi di Trieste
Docente a contratto di Psicoterapia Psicoanalitica presso IREP – Scuola Quadriennale di Specializzazione in Psicoterapia Psicoanalitica riconosciuta dal M.I.U.R. Sedi di Padova e Roma

torna a > lettere psicologia

Questo sito utilizza cookies per assicurarti una migliore esperienza di navigazione.