L'esempio di essere colpevoli
28 Agosto 2008
Avevamo una famiglia splendida e il nostro matrimonio era solido: tanti amici, interessi in comune, due figli meravigliosi.
Mio marito ha pensato invece che tutto questo non bastava e, complice la classica collega carina, dopo un po’ di trambusto, scenate e accuse ridicole ha fatto le valige e se ne è andato a vivere con lei.
Sono inorridita dalla sua leggerezza e dalla sua immaturità. Ma come può buttare tutto alle ortiche senza nemmeno provare a parlarne? Dove sono finiti i valori e l’impegno che ci siamo promessi col matrimonio e rinnovati con la nascita dei figli?
Naturalmente anche i suoi genitori e i suoi fratelli gli hanno tolto il saluto, ha tutta la famiglia contro, ma questo non basta a farlo riflettere e a questo punto non so più cosa fare. E non intendo nascondere le sue colpe ai nostri figli, ai quali ho detto le cose come sono andate fin dall’inizio.
Il punto è: cosa potranno capire i miei figli dei grandi? Che si può prendere e lasciare la mamma come e quando si vuole, come un capriccio? Quali sicurezze possiamo trasmettere noi adulti se l’esempio che diamo è così incostistente? Come faccio a fare loro capire che non devono prendere esempio dal loro papà una volta diventati grandi?
Perché sarebbe per me un grande fallimento scoprire che da grandi loro facessero lo stesso con le loro mogli.
(Simonetta, 42 anni, Milano)
Mamma mia, Simonetta: quanta rabbia e risentimento. E quanto dolore!
Non sono certa di dare una risposta appropriata alla situazione che sta vivendo, ho il timore che qualsiasi argomento anche il più sensato sia difficile da far passare oltre questo muro di sofferenza, che mi auguro decisamente lei possa pian piano ammorbidire. Ma ci provo.
La rabbia è un’emozione vitale, ma spesso serve solo a difenderci dalla depressione. Che però in alcuni casi sarebbe la risposta più “giusta” per la situazione. Peccato che la depressione “giusta” , cioè fisiologica, in questa nostra società sia vista con sospetto e paura, mentre essa al contrario -come il lutto- svolge una funzione benefica sulla nostra mente e sulla nostra anima, quando è appropriata.
E Simonetta, lei avrebbe ben ragione a considerare questa separazione un lutto vero e proprio: suo marito è vivo e vegeto ma per come lo descrive è come se colui che ha sposato fosse morto e al suo posto ci fosse qualcun altro che non riconosce (e neppure la sua famiglia di origine), una specie di libertino irresponsabile al posto di un serio e composto padre di famiglia.
Penso che probabilmente il padre dei suoi figli non sia tanto un irresponsabile quanto piuttosto un po’ immaturo, quello si; ma questo non è ahimè un argomento così incontrovertibile per sostenere la sua "colpevolezza" di fronte ai vostri figli.
Dico che non è un irresponsabile perché la responsabilità di rompere il vincolo coniugale se l’è presa, mentre è più facile per quieto vivere sostenere vite parallele, menzogne, espedienti che scansino l'obbligo del confronto. Assumersi la responsabilità della rottura non è una scelta priva di carattere, obbliga in qualche modo ad esporre le proprie ragioni, anche esoprattutto a se stessi.
Questo difficilmente avviene in una notte e tantomeno a causa di una collega carina. Le ragioni di una rottura come questa sono infatti sempre molto più complesse rispetto all’attrazione sessuale, che pure spesso rappresenta il sintomo più evidente del malessere coniugale, ma non ne è la causa.
Una volta passata le ragioni dell’attrazione per "l'altra/o", restano le ragioni che ci hanno resi disponibili ad innamorarci. Perchè non accade per caso che ci innamoriamo.
E qui le ragioni sono ovviamente tutte individuali, difficile siano uguali le une a quelle degli altri; molti patiscono il sistema di obblighi che la famiglia comporta, soprattutto quando soffoca un’esigenza di cambiamento e di libertà non sempre irresponsabile, anzi a volte profondamente vitale. Spesso si agisce senza saperlo una ribellione al dover essere che nella famiglia di origine siamo stati obbligati a subire, così che per tutta la vita noi stessi abbiamo creduto in buona fede di essere i bravi bambini che i nostri genitori desideravano tanto che fossimo. E poco importa se nella famiglia che abbiamo creato non è così, se cioè nostra moglie e nostro marito non rinforzano poi tanto quel “dover essere” (e magari basterebbe parlarne): importa il vissuto tutto interiore di quell’obbligo, con l'urgenza e la rigidità della nevrosi..
Se questo fosse il caso, mi risulta difficile considerarla una “colpa”: il ritrovare il proprio sé autentico e saperlo giocare nelle relazioni affettive per come sono qui e ora, a prescindere dai voleri dei genitori nella nostra infanzia, dalle istituzioni o dalla società , è un percorso molto doloroso ed è già di per sé così esposto alle mediazioni che spesso -almeno inizialmente- si rischia di eccedere in clamorosi gesti di rottura. Che poi però solo dopo possono essere riparati, oppure confermati.
Queste rotture se non avvengono, se non sono “agite”, finiscono comunque per emergere, però piuttosto sotto forma di somatizzazioni, di disturbi gravi dell’umore, stati d’ansia, attacchi di panico, spesso depressioni “cattive”, quelle si difficili da superare.
Insomma, la colpa di essere immaturi è una colpa che si "supera" di fronte ai figli una volta che si è capito che maturi non si nasce ma si diventa, anche a 40 anni se è il caso, non è mai troppo tardi.
Lo si diventa quando si decide di prendere in mano la propria vita e andare a vedere come si fa ad onorarla al meglio. Ed è lì che abbiamo l’opportunità di essere un buon esempio agli occhi dei nostri figli, oppure no.
Non è cioè il fatto di restare tutta la vita con la stessa moglie o di lasciarla che qualifica il buon esempio, ma piuttosto il capire le ragioni più profonde del nostro stare o del nostro andarcene. Prendendoci tutti gli oneri e onori del caso.
A lei Simonetta faccio i miei più calorosi auguri per quello che la vita le può riservare nel futuro, nonostante il dolore dell'oggi.
(a cura di L.Francioli)
Torna a lettere psicologia
