Il dolore dei figli
22 Settembre 2008
Ho deciso di lasciare la madre di mio figlio circa 2 mesi fa.
Non è stato facile e il senso di colpa mi ha certamente accompagnato per un lungo periodo prima di questa decisione, che non è stata facile.
Siccome Simone che ha 8 anni vive con la madre, mi sento responsabile del fatto che non mi veda più come prima. Temo anche che sua madre gli faccia il lavaggio del cervello, colpevolizzandomi a dismisura.
Lui mi manca e faccio fatica a vederlo perché lavoro lontano dalla casa della madre. Eppure adesso mi sento più sollevato e sono più in pace con me stesso e quando sto con lui sono felice, mentre prima non facevo che passare lunghe serate depresso, a fare zapping alla tv. Ma è un sentimento che va e che viene, e spesso sono assalito da dubbi che mi dilaniano.
Come posso alleviare questo dolore di Simone e come posso io per primo risolvere il mio?
(Mariano, 40 anni, Provincia di Verbania)
Per un bambino vivere una separazione è un dolore. Lo è, non dobbiamo aver paura di ammetterlo.
Che non avere un padre che si mette le ciabatte o che puoi vedere mentre anche solo schiaccia i tasti del telecomando (per dire qualcosa che è ben lontano da un’immagine ideale) gli impedisce di avere un modello bello o brutto con cui fare i conti quando li vorrà fare (e chi ha subito un lutto sa per esperienza che le assenze sono scatole vuote su cui si proiettano i propri bisogni).
Insomma: il peggiore dei padri possibili e meglio di un padre che non ti vuol vedere o che non c'è per scelta, come ben sanno coloro che hanno a che fare con situazioni di degrado e di delinquenza, che tolgono i figli a questi genitori disgraziati proprio solo quando altra strada non c’è, quando c'è violenza e quindi solo una strada senza redenzione.
E’ così che funziona la mente umana, per identificazioni e differenziazioni, per confronto con la realtà di una presenza. Con le assenze invece è proprio difficile (ma non impossibile).
E tuttavia è importante ridimensionare il senso che è la perdita come separazione coniugale.
Sono i coniugi a separarsi, non ci separa dalla propria genitorialità.
La genitorialità dei separati, seppur imperfetta, non è un’assenza, anzi spesso diventa una maggiore presenza, perché è dedicato ai figli il tempo che il genitore non convivente dedica loro. Mentre molto spesso prima non era così.
Il che non significa che anche questo non generi, come genera, dolore della perdita nei figli.
Ma non mi stancherò mai di ripetere che NON E ' L'ASSENZA DI DOLORE E FRUSTRAZIONE CHE STRUTTURA I NOSTRI FIGLI, MA IL MODO CON CUI GLI INSEGNAMO A STARCI ACCANTO AI DOLORI, modo che gli trasmettiamo con l'esempio, con le modalità con cui affrontiamo le difficoltà noi per primi.
Noi per esempio diamo loro i permessi di parlare del dolore, del disagio, oppure no;
noi ci vergogniamo oppure ci crogioliamo nel dispiacere, oppure no;
noi lo evitiamo come la peste il dolore oppure coraggiosamente lo affrontiamo.
E questo è il punto.
Anche i genitori provano dolore come lo provano i figli, eppure possono dimostrare che si può continuare a pensare e a valutare le cose, pur nel dolore.
Non sempre si fanno le cose giuste o si conoscono tutte le risposte ma questo non ci rende di per sé meno degni di essere amati, in primo luogo da noi stessi.
Anche i genitori provano la rabbia o sentimenti contraddittori nella separazione, gli stessi che provano i figli, eppure ciò non impedisce di per sé la possibilità di trovare la giusta misura per esprimere la propria contraddizione, se c’è.
E’ possibile stare nel dolore eppure traguardarlo, aspirare al benessere, fare il possibile per assicurarserselo, quasi pretenderlo per sè e per gli altri, ed essere felici quando questo arriva, senza però disperare quando tarda a farsi sentire.
Trasmettere infine che il dolore si può condividere, questo è un buon compito per un genitore.
Che esiste qualcuno che lo può contenere cosicchè quando diventeranno adulti avranno dentro la certezza che non si è soli mai, anche quando lo saranno - ed è sicuro che un po’ come tutti capiterà anche a loro di esserlo, prima o poi.
Trasmettergli con l’esempio che la vita vale pena di essere vissuta per sé, non solo se è bella e non solo quando è bella, ma anche quando ci fa incontrare salite che ci tolgono il fiato, perché è lì che si impara perché si è costretti a fermarsi. E se ci si ferma si guarda il paesaggio da fermi, che è pure più ricco di particolari.
Il compito più grande per noi genitori è coltivare dentro di noi la speranza e la fiducia nel futuro, tenerla viva e nutrirla più che possiamo. Farsi aiutare se fatica ad affiorare.
Scegliere di guardare avanti, non di ripiegare sul passato o impantanarsi una vita nel dubbio amletico di essere o non-essere.
Ce la possiamo fare?
(a cura di L. Francioli)
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